ELISA. (PUNTO). GIOIE E DOLORI DI UN COGNOME IMPORTANTE

giorgio panto elisa panto

Avevo circa 11 anni quando ho iniziato a capire che avevo un cognome importante. Fino ad allora ho trascorso un’infanzia abbastanza normale, o meglio, non mi rendevo conto di avere la fortuna di esser nata in una famiglia e in ambiente in cui potevo avere tutto. Un immenso giardino in cui trascorrere intere giornate a correre su e giù per le colline con tanti cani intorno, festeggiare i compleanni un una grande taverna con tanti amichetti, trascorrere le vacanze nella casa al mare e in montagna, potermi comprare ogni domenica mattina (unico momento in cui vedevo mio papà durante la settimana) un minipony diverso. Insomma, un’infanzia “felice”.

Non ho mai avuto però una vera famiglia. Mio papà era sempre in giro per lavoro e non poteva mai stare con noi, i miei fratelli erano tanto più grandi e ognuno aveva la sua vita, mia mamma ci portava sempre di qua e di là. A 10 anni i miei genitori si sono separati e ho cambiato casa. Le abitudini non sono cambiate poi più di tanto. Vedevo mio papà una volta alla settimana a cena in un bel ristorante. Ho iniziato pian piano a capire che era una persona “famosa”. Lo trattavano tutti con grande ammirazione. Avrei dovuto essere fiera di un padre come lui. Ma all’inizio ho vissuto questo stato con un po’ di vergogna, non volevo sentirmi “diversa”. Per fortuna mio padre è sempre rimasto una persona molto semplice nell’anima e siamo cresciuti con questo valore. Non amava sfoggiare la ricchezza. Non servivano vestiti firmati o giochi nuovi, le cose importanti erano altre. Certo, ho avuto la fortuna di poter vedere posti meravigliosi in giro per il mondo durante le vacanze in cui “toccava a lui” (un anno con la mamma e un anno col papà), di passare un mese in barca, di sorvolare il mare in elicottero, di poter studiare all’università, senza dover mai lavorare, di vivere in altre città senza dovermi preoccupare di affitto e bollette. Alla domanda “Sei parente di Giorgio Panto?”, continuavo a rispondere sempre e solo “Si” e solo verso i 20 anni ho iniziato a rispondere fiera “Si, è mio padre!”.

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Io e il mio papà

Erano gli anni in cui ho iniziato ad instaurare con mio papà un vero rapporto da adulta, per quanto, per lui, restassi sempre la sua “Tata”, la prediletta, il suo orgoglio, la sua gioia più grande. Passavamo giornate intere a parlare, restavo affascinata dai suoi racconti, mi rendeva partecipe dei suoi affari, vedeva in me il suo futuro. Lo seguivo sempre e ovunque, sempre, tranne quel 26 novembre 2006, giorno in cui cadde con il suo elicottero e la mia vita si spezzò. Avrei dovuto essere a bordo con lui ma il destino ha voluto che quella domenica decidessi di stare a casa, cosa mai successa prima. Da quel giorno fu un susseguirsi di eventi e vicende che mi travolsero e io non riuscii più ad emergere da quel vortice. Dopo qualche anno ricominciai di nuovo a rispondere solo “Si” a quella domanda. Quel cognome aveva perso tutto il suo valore. Le cose andarono male. Non ne avevo colpa. Decisi di cambiare città, di cambiare vita. Avevo solo voglia di riemergere. Di ricominciare. Di essere Elisa. Punto.

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